La corruzione in Italia

La corruzione è un carattere fortemente accentuato e pernicioso in Italia. Non è solo una percezione nostrana ma qualcosa di ben evincibile negli studi tematici. Nell’ultima classifica dei coefficienti di corruzione di 180 paesi nel mondo, pubblicata il 21 febbraio e redatta dalla Ong Transparency International, l’Italia risulta al posto numero 54, affiancata dalla Slovacchia e dalle Mauritius e, tra i paesi europei, davanti alle sole Croazia, Grecia, Romania, Montenegro, Ungheria, Bulgaria e Serbia. Una disonestà che sta all’origine del Paese unito, perché l’Italia è nata così, non lo è diventata.

Le radici di tanta corruttela stanno nell’amministrazione piemontese, che dal 1855 smise di compilare il bilancio statale dell’indebitato Regno di Sardegna, oscurandone le informazioni. Furono i piemontesi a fare l’Italia, gestendo fiumi di denaro in piastre turche, facilmente commerciabili e difficilmente tracciabili, scorsi da Londra a Torino per sostenere la spedizione garibaldina e annettere il Sud, cioè conquistarlo. Nel marzo 1861, Ippolito Nievo, intendente delle finanze dei Mille, profondamente nauseato dal giro di danari tra le camicie rosse in Sicilia, sparì con un’ottantina di persone e con la scottante contabilità custodita in una cassa controllata a vista negli abissi del Golfo di Napoli mentre navigava in direzione di Torino per andare a rendere conto alla magistratura dell’amministrazione finanziaria. Sparì ogni traccia dell’imbarcazione, sia nei fondali che nell’inchiesta, precocemente insabbiata, che seguì la tragedia. Il Regno d’Italia s’inaugurò a Torino con un debito ereditato dal Piemonte e che sarebbe cresciuto nel corso dei successivi 157 anni, con il dilagare indisturbato della corruzione dei deputati e la sparizione di soldi pubblici, arrivando a superare abbondantemente i 2.000 miliardi di euro. Del resto, quando Vittorio Emanuele II morì, nel 1878, lasciò debiti su questa terra per 40 milioni di lire dell’epoca, circa 45 milioni di euro attuali, e lo storico Denis Mack Smith, specializzato nella storia italiana dal Risorgimento, scrisse in Vittorio Emanuele II (Laterza, 1983) che “le carte di Cavour vennero tolte di forza dal governo italiano agli eredi del conte nel 1876, e in seguito soltanto poche persone hanno potuto vederle. Sembra che nel 1878 una parte di quelle carte siano state trasferite negli archivi reali, e ciò serviva senza dubbio a nascondere certi fatti nei quali il sovrano era coinvolto”. Una disinvolta tendenza a dissipare che iniziò con i vizi della corte sabauda, considerata tra le più sfarzose e spendaccione d’Europa. I primi scandali finanziari del Regno d’Italia furono anche copiosi. Con la regia del politico e banchiere livornese Pietro Bastogi, amico di Cavour e Ministro delle Finanze, le Ferrovie Meridionali furono cedute alla propria compagnia finanziaria privata, per poi subappaltarne clandestinamente i lavori, dando luogo alle indagini di una Commissione d’inchiesta parlamentare, senza che però le speculazioni sulla costruzione delle reti ferroviarie terminassero. Il capitale fu ripartito tra le banche del Nord, con Torino, Milano e Livorno che presero la fetta più grande. Sempre dietro la regia di Bastogi si sviluppò una forte speculazione edilizia a Roma, Napoli e Milano, nata dall’alleanza tra aristocratici proprietari terrieri e grandi banchieri settentrionali, interessati a guadagni a breve termine e senza rischi. In quegli anni, tra l’altro, fu decisa l’edificazione a Roma del “Vittoriano”, monumento nazionale a Vittorio Emanuele II appena defunto, un’enorme mole di marmi e sculture dal costo insostenibile per l’Italia. Gli squilibri creati dall’edilizia impazzita fecero crollare il settore e fallire gli istituti d’investimento immobiliare, generando lo scandalo della Banca Romana. Per coprire le enormi perdite, l’istituto di credito capitolino forzò l’emissione di moneta senza autorizzazione e stampò un ingentissimo quantitativo di banconote con un numero di serie identico ad altre emesse precedentemente, riservandone una parte per pagare politici e giornalisti. Una colossale truffa in cui furono implicati Francesco Crispi, Giovanni Giolitti e una ventina di parlamentari, nonché, seppur indirettamente, il re Umberto di Savoia, fortemente indebitato proprio con la Banca Romana.

L’incredibile esplosione di scandali e fallimenti bancari della seconda metà dell’Ottocento scandirono lo sviluppo politico che seguì all’unificazione nazionale. Nel 1876, la Destra storica piemontese di Cavour, La Marmora e Ricasoli fu sconfitta dalla Sinistra monarchica di Depretis, Nicotera e Zanardelli, ma i due schieramenti governativi non rappresentavano espressioni diverse e alternative; erano facce della stessa medaglia, entrambe espressione della borghesia liberale. Si sviluppò il trasformismo del sistema di governo italiano, che costruiva ogni maggioranza con accordi e patti basati su interessi contingenti. Il clima consociativo, cioè privo di una vera e propria opposizione politica, alimentò le furbizie e le manovre segrete, costruendo un sistema politico a vantaggio di tutti, tale da non incoraggiare le riforme necessarie per modernizzare l’Italia, a favore degli interessi privati.

Il Sud, messo ai margini del progresso nazionale, divenne molto presto serbatoio di voti gestito da faccendieri e mafiosi. Già un rapporto del 30 novembre 1869 emesso della Prefettura di Napoli evidenziava le frequentazioni tra Giovanni Nicotera, futuro Ministro degli Interni, e un camorrista del quartiere Mercato. Giustino Fortunato, analista della Questione meridionale, denunciò in seguito che i governi d’Italia avevano delegato i politici meridionali a sostenere rapporti con le mafie per ricorrervi in occasione di tornate elettorali. Lo Stato, in sostanza, garantiva riduzioni di pena e trattamenti compiacenti in cambio di favori elettorali. Nacque e si definì così il voto di scambio all’italiana. Nel 1901, in una Napoli travolta dalla speculazione edilizia del risanamento dei rioni popolari e da una “tangentopoli” attorno agli appalti per l’illuminazione pubblica e per i tram, fu istituita una Commissione d’inchiesta presieduta dal savonese Giuseppe Saredo, che portò a galla la grave situazione d’inquinamento da accresciuto potere della camorra politico-governativa. Saredo appurò le responsabilità dei parlamenti di Torino, Firenze e Roma nell’accrescimento del potere malavitoso e accertò i legami del parlamentare Alberto Aniello Casale con la camorra. Fu coinvolto anche il giornalista Edoardo Scarfoglio, direttore de Il Mattino, accusato di aver intascato denaro per sostenere il sindaco Celestino Summonte sulle pagine del quotidiano.

Paradigmatica la considerazione che esternò il politico ed economista lucano Francesco Saverio Nitti: “Si può dire in tutta onestà che a Napoli il più grande e il più pericoloso camorrista sia stato sempre il governo”. Morto Saredo nel 1902, ne furono fatti sparire i carteggi e la sua commissione fu sciolta. Con certe premesse l’Italia si affacciava al Novecento. Il modus operandi della politica italiana rimase sempre il medesimo, costruito sulla corruzione, sull’interesse personale e sul voto di scambio. Ricordare la storia d’Italia del secondo Novecento e oltre servirebbe solo ad allungare un brodo molto amaro. Meglio indugiare su una vignetta che nel 2009 vinse il Concorso Nazionale di Satira e Umorismo “L’Ortica”. Si chiamava Homo Ridens: tributo semiserio a Darwin, e fu realizzata da Marco Martellini, che disegnò ogni figura con un suo perfetto corrispettivo sul versante opposto. L’evoluzione della specie partiva da una scimmia che si ingobbiva per diventare prima uomo di Neanderthal e poi predatore. L’acme era rappresentato da Giulio Cesare e dalla civitas romana. L’inizio dell’involuzione era rappresentato dall’Unità d’Italia nella figura del massone Garibaldi, omologo del predatore, che preludeva alle tre figure imperanti della politica del Novecento: Mussolini, Andreotti e Berlusconi.