smania di conservare è un disturbo

L’esperto. Gli “accumulatori” sono proiettati nel passato: imparare a liberarsi di cose inutili aiuta a vivere pienamente il presente

smania di conservare è un disturboOrmai, anche se sono passati circa settant’anni, la nostra società viene etichettata ancora oggi come pronipote del “Dopo Guerra”. Molti anziani che hanno vissuto la miseria e la fame sono rimasti giustamente scioccati dalle privazioni. Nella loro memoria, cicatrici indelebili di fame e di stenti, ricordano loro che tutto quello che si ha da un momento all’altro può non esserci più. In questo modo hanno così tramandato questa loro paura a figli, nipoti e forse anche a intere generazioni a venire. La paura di non avere più nulla, da un momento all’altro può portare a un attaccamento morboso alle cose, ai soldi e soprattutto al cibo. Basta pensare che a molti riesce difficile buttare via alimenti scaduti! Poi, quando possono sfogarsi di questo spreco, che capita un po’ a tutti, raccontano la vita di stenti, le file infinite che facevano in tempo di guerra per avere un pezzo di pane, un po’ di grano o un po’ di misera farina gialla. Raccontano che la carne era un ricordo lontano.

Ma dato che “non si può fare di tutta l’erba un fascio”, oltre a questa memoria atavica, c’è anche chi accumula di tutto e di più per il bisogno di “essere” attraverso l’avere. “Più ho, più sono. Se non ho, se non posseggo, temo di non esistere”. Dunque, più si ha bisogno di rappresentare se stessi possedendo più oggetti, più è incisivo il bisogno di sicurezza e dunque, l’espressione dell’insicurezza conseguente è maggiore. Vi siete mai chiesti: “Perché non riesco a buttar via quasi niente?”. Vi è mai capitato dinanzi a qualcosa di dire: “Dovrei buttarlo, forse, però un domani, potrebbe servirmi. Chi conserva trova!”. Quante volte lo abbiamo detto riguardo tutto ciò che non usiamo mai e che resta conservato ormai da decenni ad affollare inutilmente la nostra casa? Consideriamo tutto indispensabile. Le copie di vecchi giornali, il maglione indossato al primo bacio e persino il biglietto aereo dell’ultimo viaggio, i biglietti d’amore scritti da un ex. Intanto è passato tanto di quel tempo che, magari, si ha famiglia e i figli sono ormai diventati grandi. Cianfrusaglie e vecchie scartoffie, dele quali difficilmente riusciamo a liberarci. Oggetti rotti che mai e poi mai avremo il tempo o i soldi per riparare. Consideriamo tutto come parte di noi, quasi fossero pezzi della nostra vita.

Perché abbiamo l’abitudine di conservare oggetti inutili? Spesso gli oggetti sono il ricordo di una situazione, di una persona, di un periodo e per questo hanno una grande importanza emotiva. Altre volte possiamo ritenerli utili per un futuro incerto, che raramente accade! Ognuno di noi è tentato di non buttare via le cose e di conservare tutto. Ma attenzione: questa abitudine può trasformarsi in una vera e propria ossessione, in un reale disturbo da non sottovalutare. Da uno a cento quanto le nostre case sono intasate di cose inutili? E se lo sono, perché? Fermiamoci un attimo: accumulare può servire a riempire la paura di un vuoto interiore, esistenziale e di un vuoto affettivo. La persona che vive questo “accumulare” non riesce a distinguere i propri veri bisogni, non ha confini tra se stessa e le proprie cose. Dentro di lei è in atto un processo di estensione e proiezione del Sé in ogni oggetto conservato. Ognuno di questi oggetti assume un significato preciso nella storia di quella singola persona e riflette la sua immagine. Il vuoto, in generale, può fare paura per diversi motivi. Riempirlo di cose è un modo illusorio per non sentirlo. È mettere una barriera fra Sé e il mondo.

L’ammassare mobili, “cose” può essere anche un tentativo disfunzionale di esprimere se stessi. Può essere una compensazione per un qualcosa che si è perso o che è passato, per qualcuno che è mancato, un po’ come un lutto non elaborato. “Ho tanto, conservo tante cose, conservo tanti ricordi, manifesto me stesso nel tanto che conservo. Sarò? Avrò, mai abbastanza per sentirmi ok?”. Al di là della teoria orientale del Feng Shui, che parla anche di energia e colori, è risaputo che la disposizione armonica degli oggetti negli ambienti riflette il mondo psichico. La nostra casa parla di noi stessi e viceversa. Dunque una casa sgombra da cose inutili e ordinata rappresenta chiarezza di pensiero e armonia interiore. Se immaginiamo la casa come il proprio tempio, diventa un luogo dove poter essere se stessi e sentirsi liberi. Dove poter abbandonare le proprie corazze e poter sentire di avere il proprio posto nel mondo, senza maschere, costrizioni e compromessi. Dove rendere il nostro ambiente vivo, multiforme e cangiante, come noi. Qui gli oggetti hanno il solo nome e la sola funzione che la nostra anima, in quel momento storico, riconosce loro. Ed è proprio questo ciò che è importante. Gli oggetti parlano di momenti, dei nostri momenti passati ma il passato è passato. Non lo possiamo cambiare. Non lo possiamo rivivere. E il futuro, per quanto sia buona idea programmarlo, anche rispetto a oggetti che potrebbero servirci, è impossibile da controllare. Probabilmente, domani forse non ci sarà più la possibilità o la necessità di usare quegli oggetti. L’oggi è l’unico momento con cui possiamo fare i conti davvero! Vivere nell’adesso”, nel “qui e ora” significa stare con la mente nel presente. Impariamo, in questo modo, ad ascoltare e conoscere i nostri bisogni. Se ci si circonda di troppi oggetti che evocano il passato, se questi occupano troppo spazio, impediscono il movimento verso il cambiamento relativo al qui ed ora, si perde l’energia necessaria per affrontare il presente al meglio. Si finisce con l’affossarsi in una vita fatta di ricordi e rimpianti. Si evita di vivere nel presente. Mobili, tappeti, cuscini, strumenti musicali, opere d’arte più o meno importanti, fotografie, ricordi e quant’altro sono il materiale visivo, olfattivo e tattile con cui i nostri sensi giocano e si risvegliano, rigenerando lo spirito e la mente. Possiamo perciò riflettere su ciò che non serve più nella nostra vita, facendo un bilancio periodico, anche simbolico, per poi buttare tutto ciò che è inutile e vecchio, per fare spazio a ciò che è utile e al nuovo. Per ripulire il nostro tempio e dare lo spazio necessario anche al nostro cambiamento interiore.