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Il candidato premier del M5S Luigi Di Mario nel seggio di Pomigliano d’Arco (AGNFOTO)

Certo che l’italietta Flic Floc non finisce mai di stupire! Una volta definito nei numeri il risultato elettorale, è apparso chiaro il successo del Movimento 5 Stelle come primo partito, grazie soprattutto al Sud che ne ha costituito la roccaforte, ma anche quello della Lega. Una Lega che, nonostante l’abrasione della parola “Nord” dal suo simbolo, e il tentativo di accreditarsi al Sud per mano di “Noi con Salvini”, ha confermato che proprio il vocabolo geografico che ha cancellato (o nascosto) continua ad essere la sua roccaforte. E non poteva essere altrimenti, naturalmente. Per una volta, e appena ne hanno avuta l’occasione, le persone fisiche che si sono affollate a votare hanno espresso, non solo un consenso, ma una nuova linea politica legata al territorio e non più alle vecchie, polverose ideologie del ‘900.
È chiaro a tutti, oggi, che non esistono più i fascisti e che la sinistra non rappresenta più né il proletariato, né la classe operaia. Ma soprattutto, ad una analisi non drogata dai vecchi schematismi di cui sopra, è sotto gli occhi di tutti che il Sud ha voluto affidare la sua voglia di riscatto e l’insofferenza per il nulla offerto da centrodestra e centrosinistra ai cosiddetti “grillini”. Un consenso costruito con pazienza e umiltà anche attraverso l’istituzionalizzazione di molte istanze provenienti dal mondo meridionalista, partite dalle scuse pubbliche di Beppe Grillo nel VDay di Napoli e culminate con la recente “Giornata della memoria per le vittime meridionali del risorgimento”. Una commemorazione recepita, per ora, da due sole Regioni meridionali, la Puglia e la Basilicata, e lanciata dal Senatore Sergio Puglia alla sua Aula con parole taglienti e decise: “Non sapevo che durante l’annessione fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. […] ma lo scrittore Aprile mi ha preceduto. Se fossi di sinistra direi che si trattò di una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale, crocifiggendo, squartando contadini poveri che scrittori salariati chiamarono briganti, ma Antonio Gramsci mi ha preceduto. Se fossi di destra direi che la guerra contro il brigantaggio costò più morti che tutti quelli del Risorgimento, ma Montanelli mi ha preceduto”. “Il tempo è maturo per fare una riflessione e analizzare cosa accadde alle popolazioni civili meridionali. E quanto ancora ci costa nel presente. Chiediamo solo la verità”.

Sergio Puglia, è bene ricordarlo, è di Portici, come napoletani sono i vertici attuali del M5S, da Luigi Di Maio a Roberto Fico. Eppure, la “grande” stampa nazionale si interroga affannosamente ed incessantemente sul Pd, capovolgendo la logica della sua sconfitta che diventa problema del Paese e non deficit dello stesso partito, mentre Luigi Di Maio, per la sua napoletanità viene già appellato, dagli opinionisti sempre in servizio per la disistima meridionale, come “Giggino ‘o Presidente”, più o meno come Francesco II di Borbone passò alla storia come “Franceschiello”. Lasciamo alla stampa tosco-padana questi modi che continuano a limitare il Paese reale e la sua presa di coscienza: buon divertimento. Al meridionalismo restano alcuni interrogativi inevasi: sposare o meno direttamente il M5Stelle, cercare di costruire un soggetto politico che sia espressione di movimenti e associazioni, richiedere un referendum per l’autonomia delle Regioni meridionali sul modello del Veneto e della Lombardia, realizzare una Macro-Regione meridionale. Tutti temi che saranno certamente affrontati anche a Melfi venerdì 16 e sabato 17 marzo 2018, cercando di trovare “La Risultante”.