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Le elezioni politiche del 4 marzo hanno espresso nuovi confini geopolitici ridisegnando un’improbabile cartina geografica che restituisce, a Sud e nei nostri sogni, il Regno delle due Sicilie. Fautore di questo involontario ritorno al passato è il fascino esercitato dal Movimento 5 Stelle e dal suo candidato premier, Luigi Di Maio, che, intercettando malumori, disincanto e rabbia del meridionale nei confronti della politica italiana, ma in primis del Pd, e del vecchio sistema partitocratico, ha fatto il pienone di voti e di seggi (pur tuttavia, il primato di primo partito in tutta Italia, per colpa di una cattiva legge elettorale, non consentirà loro di governare se non con gli “odiati partitocratici”). Alcuni analisti politici, di lombrosiano retaggio culturale, adducono le solite rancorose e inappropriate motivazioni per interpretare il successo dei grillini al Sud: il reddito di cittadinanza.

Non si nega che è stato sicuramente, ahimè dico io, un cavallo di battaglia formidabile per il Movimento, ma questa interpretazione semplicistica e di basso profilo non premia invece quella corretta che vede quel risultato politico come una mera protesta al sistema clientelare, alle politiche per il Sud mai applicate, alla voglia di ribellarsi e di concedere una chance a partiti alternativi come, appunto, i pentastellati continuano ad apparire (nonostante dell’essere contro il sistema della prima ora non è rimasto che uno sbiadito ricordo).

Non è possibile quindi per taluni editorialisti che il Sud si sia svegliato e che la maggior parte di esso, pur non conoscendo la scientificità dei mortificanti dati Istat, viva sulla propria pelle i disagi, la disoccupazione e la povertà. Ci vogliono convincere che siamo fannulloni, pigri, indolenti, corrotti e corruttibili, che continuiamo a lamentarci e a piangerci addosso. Non credeteci. Lo sputtanamento perpetuo è sempre in atto. Sciorinano dati, statistiche ad uso e consumo per giustificare i loro misfatti, le loro inadempienze e le loro promesse vane pur riconoscendo tante nostre magagne, limiti e carenze. Fermo restando che ci vorranno anni prima che il reddito di cittadinanza possa diventare legge, propedeuticamente alla riforma degli enti di collocamento e inverosimile disponibilità di risorse, io non vorrei essere assistita da uno Stato carogna che mi fa elemosinare quanto invece dovuto.

Può essere utile come misura transitoria ma pretendere che la mia Terra abbia le stesse possibilità che vengono concesse agli abitanti del centro Nord è condizione essenziale per definirsi cittadini uguali. La petizione voluta da “Terra Nostra” e sottoscritta da 10mila persone, vista l’ammissibilità alla Commissione Europea, trasformata in decreto legge n°243 del 2017 sugli “interventi urgenti per la coesione sociale e territoriale con particolare riferimento al Mezzogiorno” c’è. Essa prevede la parità di trattamento nel riconoscimento dei fondi statali al Meridione d’Italia e che tale trattamento sia commisurato alla effettiva popolazione residente e cioè il 34%. Lo Svimez ha calcolato che la media degli stanziamenti riconosciuti al Sud Italia nelle otto regioni del Sud, compresa la Sardegna, dal 2006 al 2016 (11 anni) è stata pari al 22,2% del totale (e non il 34%) per un importo complessivo erogato pari 88,8 miliardi di euro. Solo applicando tale legge, una legge giusta, nello stesso periodo al Sud sarebbero stati riconosciuti 137,4 miliardi. Ci sarebbe un surplus di 48,6 miliardi che avrebbero ridotto la perdita dei posti di lavoro di ben 300.000 unità e dimezzato la perdita del Pil meridionale dal 10,7% al 5,4%. Vi sembra poco? Solo rispettando una legge? I dati non mentono, ma la classe politica si. Continua imperterrita a foraggiare il Nord e ora con l’ascesa della Lega (facendo leva anche al Sud sulla sicurezza che pessime politiche di accoglienza hanno in un certo qual modo minato e della quale Salvini si è servito ignobilmente) per il Sud non ci saranno che briciole.

Discorso a parte è farlo comprendere a quel milione di strani elettori della Lega al Sud che hanno consentito l’elezione di ben 23 rappresentanti. Peccato per l’ennesima occasione mancata per i meridionalisti, ancora una volta disorganizzati e non pronti ad essere coesi. Perché ci è riuscito un movimento avulso al Sud, che non conosce niente della nostra Terra? Perché “una truffa politica organizzata per conto della élite finanziaria al fine di ingabbiare e gestire il dissenso, per impedire un vero cambiamento. È un partito marketing che fa della suggestione continua il suo mezzo per creare consenso e voti” loro ci riescono? Chi ne è dentro è inconsapevole? Non ci resta che sperare che non siano questi nuovi schieramenti definiti dal sistema-antisistema a sfruttare il vuoto politico a Sud. Organizzare un serio fronte meridionalista capace di esprimere una classe politica competente pregnante di amore e correttezza per il nostro popolo si può, basta smettere di rincorrere le sirene delle ideologie.