Adl senza il segno della storia

Il punto. Campionato entusiasmante ma la società azzurra deve crescere per essere competitiva.

Signori miei, quanta carne al fuoco ancora c’è in questo campionato che, nonostante il sorpasso ed i quattro punti di vantaggio, costringe la Juve, favoritissima alla vigilia, a migliorare di continuo se stessa grazie a un Napoli fin qui straordinario. La lotta per i due posti disponibili per la Champions, quella per la retrocessione allargatasi a sei, sette squadre, scontri diretti e testa coda che potrebbero sempre riservare sorprese, dicono non solo che il campionato resta apertissimo ma anche che il calcio italiano sta pian piano riprendendosi il ruolo che gli compete.

Le sfide europee di Juve e Roma contro Real Madrid e Barcellona alzano di molto l’asticella delle difficoltà ma propongono pure un’importante verifica della salute del nostro movimento calcistico contro il calcio più forte d’Europa. Un esame vero e proprio, utile anche al Napoli che, da spettatore, dovrà e potrà valutare al meglio cosa deve fare la società per ben figurare anche in Europa. Questa circostanza impone una riflessione ed un paragone con la Juve non in termini di fatturato ma di capacità organizzativa e spessore societario. Per la Juve il motto poco decoubertiano è “l’importante non è partecipare ma vincere”. Non ha altro obiettivo la società bianconera, capace di scavalcare il Napoli e consolidare il primato in campionato entrando nei quarti di finale di Champions League in sette giorni, senza trascurare la quarta finale consecutiva di Coppa Italia. Un concentrato di investimenti, qualità, senso di appartenenza, voglia di fissare ogni volta nuovi obiettivi con la feroce capacità di trasformarli in realtà. Merito, certo, dei giocatori e degli allenatori che si sono succeduti nelle ultime sette stagioni. Merito, però, e va detto senza fare dietrologia stupida, vittimismi o lanciando accuse di una società capace di rinnovarsi ed essere al passo dei tempi senza tradire la sua storia, nel bene come nel male, né rinnegare la tradizione nel segno di una continuità datale anche dal rapporto viscerale con la sua tifoseria.

Quello che manca a questo Napoli, che onora De Coubertin, ma deve ancora pedalare tanto per diventare una società nel senso pieno della parola, capace di rispettare i tifosi e di rendere i suoi giocatori gente sempre “affamata”, come se ogni partita fosse la prima, come se ogni successo fosse sempre e solo un inizio, un battesimo, come se in ogni stagione, in ogni partita ci fosse una ed una sola soddisfazione da prendersi: la vittoria! Ma forse ADL non la pensa così o, forse, semplicemente non vuole che sia così, che il Napoli diventi una macchina da guerra sportiva e non solo… Gli basta, evidentemente, arrivare in Champions, essere una società indicata come “modello” che sul campo ha celebrato la sintesi di un calcio elegante ed in punta di fioretto, a tratti spettacolare ma non vincente. Perché manca il progetto “Vittoria”.

Mentre la Juve è la dimostrazione lampante che il calcio non è fatto solo di uomini, giocatori, allenatori ma è soprattutto un progetto. Un progetto che nasce dal passato, dalla storia, fatta di vittorie e di sconfitte, che diventa un racconto che si intreccia poi benissimo col romanzo del campionato – e non solo – che non è solamente una serie di risultati che fanno la classifica. Al Napoli, a questa società ma soprattutto a De Laurentiis manca il segno della storia, il senso di appartenenza, l’amore per la “sua” squadra raccontato con passione e generosa disponibilità. L’uomo è furbo, l’imprenditore scaltro, ma privo d’amore: per Napoli e per il Napoli. Molti risultati sono dalla sua parte, sciocco negarlo, soprattutto quelli economici… Ma cosa resta se dietro la società “modello” non c’è l’ombra della storia del club vissuta con la città, insieme giocatori e tifosi? I risultati, in fondo, sono solo l’esito finale di una storia che lo sport racconta mescolandola con le altre storie di vita che nutrono tanti uomini, non solo sul campo ma anche e soprattutto al di fuori con le loro emozioni, vittorie e sconfitte.

La Juve, nel bene e nel male, “aiutini” o no, racconta quotidianamente la sua storia nel filo di una continuità, di una passione che accomuna società e tifosi fino a renderli una cosa sola. Quella continuità, quella storia che De Laurentiis non vuole riconoscere al “suo” Napoli. Perché a torto, nella sua aridità di imprenditore, ritiene che il Napoli sia Lui e solo “suo”. Per questo, forse, il Napoli di Sarri non riesce ad essere vincente fino in fondo. E perché non è detto che vincere dipenda sempre e solo dal fatturato e dal marketing… Pure in questo calcio ormai quasi solo business!