Recensione “Colpa di chi muore” il libro di Calvino

Nel romanzo il lettore gioca a scacchi con l’assassino

colpa di chi muore, gianluca calvino, libro, noir, gruppo 9Il “classico” noir che non avete ancora letto. Si può raccontare con queste parole Colpa di chi muore, il romanzo d’esordio di Gianluca Calvino edito da Homo Scrivens per la collana Dieci.
Difficile individuare un solo protagonista, poiché Calvino – docente di scrittura creativa e coordinatore del collettivo letterario Gruppo 9 – concede a tutti gli interpreti della storia ampio respiro, presentando così un romanzo le cui dinamiche ricordano una partita a scacchi: autore contro lettore, come nel più classico dei cliché. Diventano così pedoni i personaggi della storia, mossi sapientemente dall’incipit fino al momento in cui viene svelato il nome dell’assassino. Un killer che utilizza un bastone per ammazzare due giovani insegnanti di una scuola di lingua italiana per stranieri. Fabio e Ramona, questi i nomi delle vittime, legati da motivi professionali e chissà da cos’altro. Sono colpevoli, senza alcun dubbio, agli occhi di quest’omicida che si serve di un oggetto piuttosto comune, un bastone, per punire coloro i quali ritiene colpevoli.

Gianluca calvino, autore

Due docenti – ex docenti – colleghi di Paolo Mancini, insegnante sagace e dai gusti raffinati in termini enologici. Un lupo solitario che divide l’appartamento con un disegnatore di fumetti al quale si rivolge dandogli del lei.

Mancini non è l’unico dotato di uno scorretto senso dell’umorismo. Assai simile a lui è il commissario Marcello Orlando, il classico poliziotto cattivo – a fargli da contraltare l’integerrimo Egidio Conti – che richiama l’iconografia dello sbirro dei telefilm americani degli anni ’70 e gli eroi di carta creati da Nesbø, Izzo e altri scrittori dei quali Calvino è un assiduo lettore.

Inoltre, un micro universo fatto di: studenti stranieri che interagiscono con i loro insegnanti, commesse di negozi d’abbigliamento costrette a subire le angherie di una titolare dotata di una taglia oversize e di un discutibile senso estetico in fatto di vestiario.

Quel che contraddistingue questo romanzo e lo rende decisamente interessante è il ritmo. Il merito è di una scrittura asciutta, senza fronzoli che bada alla sostanza. Che consente al lettore di distendersi dopo le rivelazioni finali e gli regala più di un sorriso, grazie soprattutto alle caratteristiche dei personaggi e al loro senso dell’umorismo. Dalle colte citazioni di Paolo Mancini agli scontri tra le mura domestiche tra il commissario Orlando e sua moglie Milena – altro comprimario che svolge perfettamente il suo compito – pronta a richiamare continuamente il consorte per l’uso smodato dell’I-pad.

Un romanzo d’esordio che convince in grado di distinguersi nel mare magnum della letteratura di genere.