Tre mesi sono bastati a Carlo Ancelotti per diradare ombre, dubbi e pure qualche critica iniziale, dopo la scelta di allenare il Napoli e vivere in una città difficile. Adesso che le cose sono visibili nella più assoluta trasparenza, che il “progetto” Ancelotti sembra aver preso piede in maniera decisa, è lecito porre alcune domande a chi, nella scelta di Ancelotti, vedeva il canto del cigno, ormai vecchio e stanco e pure con qualche necessità da… disoccupato.

È vero che il calcio business moderno autorizza a pensare di tutto e di più e soprattutto “a male”, però andrebbe innanzi tutto verificato, prima di lanciarsi in giudizi avventurosi e di una faciloneria che avrebbe del comico se non fosse tragica, di chi si parla, del suo retroterra culturale e della personalità mostrata in anni di carriera. E siccome il signor Ancelotti fa parte della ristretta cerchia di allenatori giramondo e vincenti viene spontaneo allargare il discorso e porsi le seguenti domande: perché questi allenatori (cito Mourinho, Guardiola ma mi viene da pensare soprattutto a Capello e Lippi arrivati addirittura in Cina, ndr) hanno fatto valigia, alcuni per sedi lontanissime e forse anche scomode? Forse la voglia di portare, a mò di missionari, il verbo calcistico e, per gli italiani, diffondere la tradizione pedatoria di casa nostra? Oppure il desiderio di misurarsi con realtà diverse per maturare nuove esperienze ? Parliamoci chiaro: la principale se non l’unica spinta provata, comune a tutti, è stata la prospettiva di ancor più lauti guadagni. Fatto che, sia chiaro, non è una colpa. E Ancelotti, al pari di altri bravissimi tecnici non è sfuggito a questo dogma, essendosi gestito come un normale lavoratore, altamente specializzato, che grazie ad una globalizzazione sempre più massiccia gli ha consentito di guadagnare cifre importantissime visti i risultati ottenuti in mezza Europa dove sono approdati, e questo è un mistero, nababbi diventati possessori di ricchezze enormi disposti a investirne a iosa pur di primeggiare. È stata la deriva definitiva dello sport inteso come somma di valori ed il definitivo passaggio ad uno sport inteso come show business.

Poi, però, ecco che Re Carlo, ovvero Carletto Ancelotti, l’allenatore più vincente del globo, con contratti milionari ed in doppia cifra, sceglie il Napoli come squadra e Napoli come città in cui vivere e lavorare. La Napoli città caotica e difficile, dei problemi sociali irrisolti e “pericolosa” per gli scippi, le rapine; ma anche della squadra “zero tituli” con una tifoseria troppo caliente e vogliosa di tornare a vincere e tifosi dubbiosi del “nuovo” dopo aver visto e vissuto per tre stagioni la “grande bellezza” di Maurizio Sarri, lui sì, approdato al Chelsea perché “con il prossimo contratto mi devo arricchire”. Ed aveva ragione pure lui, il bravissimo operaio in tuta Sarri. Ma, l’uomo, dov’era l’uomo come lo cercava Diogene, lanterna in mano? Ecco, all’improvviso, convinto da De Laurentiis, apparire Ancelotti che dice: “Io mi diverto ad allenare i ragazzi, in piena umiltà, e questa squadra che ha un livello qualitativo medio alto mi emoziona” e ad un amico giornalista, dopo qualche delusione estiva, confessa: “Per tre anni questi ragazzi hanno conosciuto e frequentato un solo calcio, però hanno tradito qualche difficoltà a cambiare registro e a sollevare lo sguardo oltre la siepe e a impadronirsi di altre conoscenze. Con pazienza ce la faremo”.

E tre mesi sono stati sufficienti a far capire, urbi et orbi, che il calcio per Ancelotti non è solo business e quattrini ma anche piacere di lavorare e tornare a fare l’allenatore a tempo pieno e non solo il gestore di grandi campioni. La sfida, a mio sommesso avviso, l’ha già vinta. Senza stress e con la semplicità e l’umiltà che ne hanno fatto un grande allenatore e soprattutto una persona vera, sincera, a differenza di altri tecnici sempre stressatissimi ed in guerra con tutti. Forse, il Napoli e De Laurentiis hanno trovato la “normaità” per diventare grandi. E credetemi, soldi e fatturato c’entrano poco.